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Computazione e Consapevolezza

La IA lascia fuori dalle sue possibili realizzazioni o promesse, il tema della consapevolezza o trasformazione del suo utilizzatore. Le abilità richieste per gestire sistemi di IA riguardano in particolare le competenze linguistiche (saper formulare un corretto prompt), ma se per “cognizione” si intende essere consapevoli -da parte dell’essere umano- dei propri pensieri e del proprio dinamismo psichico-mentale, intellettivo, allora si può dire che le macchine sono “intelligenti” senza possedere una “cognizione”.
Occorre decidere, nella definizione di intelligenza, se nel “sapere” vi debba essere consapevolezza, coscienza, oppure no. Se l’intelligenza prevede una coscienza, le macchine computazionali non sono intelligenti (almeno per quanto possiamo prevedere). Mentre se l’ intelligenza consiste solo in un possesso ed elaborazione dei dati, i sistemi di IA possono essere anche più intelligenti dell’umano.
Tuttavia, se anche le macchine fossero intelligenti nel senso della coscienza-consapevolezza loro attribuita e poi mantenuta autonomamente da sistemi sofisticati di auto-riflessione neurale artificiale o tecnologica, questo non significa che automaticamente possa crescere anche la consapevolezza umana degli utilizzatori. Anzi, vi può essere il rischio di un degrado cognitivo.
E’ chiaro comunque che il terreno di scontro/competizione e differenziazione dell’umano dalle macchine si gioca sul piano della consapevolezza, perché sul piano delle informazioni, del ragionamento, della elaborazione concettuale, già sopravanzano le possibilità cerebrali umane (anche qui però occorre chiedersi s eil pensiero è solamente il prodotto di automatismi neurali oppure se il cervello non sia invece il trasduttore di piani di percezione extra-fisici).

Forse i sistemi computazionali non eccellono in alcune facoltà, ad esempio nella creatività, ma probabilmente anche in questo ambito è solo questione di tempo. Specie se si intende la creatività come il risultato di inedite associazioni di elementi noti, di informazioni ed esperienze che la IA può processare molto più di una memoria individuale o di gruppo, in una frazione di secondo.
Ci si può ancora chiedere: le macchine “pensanti” sono davvero indispensabili per l’evoluzione della coscienza ? Quali modi esistono, senza il ricorso alla tecnologia, per svilupparla ?
Le autentiche discipline psicofisiche (che contendono metodologie ascetiche) rimangono attuali proprio perché i loro obiettivi non sono confinati alla sfera delle prestazioni mentali, intellettive. Giocano la loro partita su altri piani, in particolare quella di una coscienza a-corporea e di una percezione sovra-individuale, extra-ordinaria, transpersonale.
Questa “consapevolezza del Sè”, che definisce l’umano, in definitiva a cosa si rivolge ? Ad una “continuità di coscienza” riferita alla percezione (sensoriale, emotiva e mentale).
Non si tratta solo di “pensare”, ma di sapere che si pensa e che si sta pensando. Non solo di provare emozioni, ma di sapere e sentire, saper differenziare le diverse coloriture emotive. Non solo di percepire le sensazioni corporee, ma di sapere che esse si riferiscono ad una entità individuale con una sua storia e identità, o “memoria” che non si esaurisce nella somma dei dati che la definiscono “numericamente” e quantitativamente.

La questione non è peregrina.
Se l’intelligenza è solo elaborativa e computazionale, logico-matematica, se la sua qualità definitiva dipende dal saper processare dati, allora la IA ha già vinto, superando l’umano.
Se invece per intelligenza si intende una facoltà della coscienza, allora occorre “specializzarsi” in progetti educativi, formativi -anche all’interno delle imprese e delle organizzazioni, delle istituzioni- in grado di formare persone consapevoli, con abilità critiche, intuitive e cognitive vere e proprie. Abilità propriamente “human”, che non competono con la IA ma la sanno utilizzare per fini valoriali e ideali.
L’allenamento alla consapevolezza, ad esempio, ha a che fare con le “competenze decisionali”, quando si tratta di essere consci del propri bias (pregiudizi e condizionamenti interni ed esterni) e di saperli superare per prendersi la responsabilità di un determinato processo decisionale.

Roberto Provana

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