Lo studio delle tecniche relazionali si nutre -più che di studi analitici, di programmi didattici e protocolli accademici- di osservazioni (che sono alla base del metodo scientifico), di esempi in contesti reali, narrazioni esperienziali, approcci interdisciplinari, sperimentazioni off-limits.
L’arte e la letteratura possono fornire stimoli e ispirazioni, suggerire metodi efficaci almeno quanto quelli adottati dalle Scienze cognitive e della Comunicazione.
L’effetto Proust rientra in una categoria di “insight trasversali” che si possono trarre dalla cultura umanistica, e dotati di una applicabilità universale.
Consiste essenzialmente nella capacità di richiamare e far ri-vivere ad un soggetto o a più soggetti, una determinata esperienza, generando un piacere superiore all’esperienza originaria.
Così si esprime infatti Marcel Proust in un noto brando della sua opera “Alla Ricerca del Tempo Perduto-Dalla parte di Swann”:
“Una sera d’inverno, appena rincasato, mia madre accorgendosi che avevo freddo, mi propose di prendere, contro la mia abitudine, un po’ di tè….Mandò a prendere uno di quei dolci corti e paffuti, chiamati madeleine, che sembrano lo stampo della valva scanalata di una conchiglia di San Giacomo.
E poco dopo, sentendomi triste per la giornata cupa e la prospettiva di un domani doloroso, portai macchinalmente alle labbra un cucchiaino del tè nel quale avevo lasciato inzuppare un pezzetto di madeleine. Ma appena la sorsata mescolata alle briciole del pasticcino toccò il mio palato, trasalii, attento al fenomeno straordinario che si svolgeva in me. Un delizioso piacere m’aveva invaso, isolato, senza nozione di causa. E subito, m’aveva reso indifferenti le vicessitudini, inoffensivi i rovesci, illusoria la brevità della vita…non mi sentivo più mediocre, contingente, mortale. Da dove m’era potuta venire quella gioia violenta? Sentivo che era connessa col gusto del tè e della madeleine. Ma lo superava infinitamente, non doveva essere della stessa natura…Da dove veniva? Che senso aveva? Dove fermarla?… Depongo la tazza e mi volgo al mio spirito. Tocca a lui trovare la verità… retrocedo mentalmente all’istante in cui ho preso la prima cucchiaiata di tè.
Ritrovo il medesimo stato, senza alcuna nuova chiarezza. Chiedo al mio spirito uno sforzo di più…ma mi accorgo della fatica del mio spirito che non riesce; allora lo obbligo a prendersi quella distrazione che gli rifiutavo, a pensare ad altro, a rimettersi in forze prima di un supremo tentativo. Poi, per la seconda volta, fatto il vuoto davanti a lui, gli rimetto innanzi il sapore ancora recente di quella prima sorsata e sento in me il trasalimento di qualcosa che si sposta, che vorrebbe salire, che si è disormeggiato da una grande profondità; non so cosa sia, ma sale, lentamente; avverto la resistenza e odo il rumore degli spazi percorsi…All’improvviso il ricordo è davanti a me. Il gusto era quello del pezzetto di madeleine che a Combray, la domenica mattina, quando andavo a darle il buongiorno in camera sua, zia Leonia mi offriva dopo averlo inzuppato nel suo infuso di tè o di tiglio.”
Questo brano può essere interpretato in diverse modalità, ma è portatore di almeno due “eresie”:
1-un individuo può scavare in se stesso in modo così approfondito da superare le pratiche terapeutiche e psicoanalitiche al punto da farle apparire timide e superficiali; questa facoltà introspettiva, tale scandaglio, “carotaggio” della memoria e della propria psiche permette di recuperare, con un semplice appiglio mnemonico, i ricordi stipati nell’inconscio, senza ricorrere ad un “aiuto esterno” (psicoanalista, psicoterapeuta);
2-la qualità del ricordo dipende da aspetti interiori, pur potendo essere innescati e sollecitati in modo casuale o automatico da meccanismi associativi (un sapore, un profumo).
Prima ancora della psicoanalisi, l’esoterismo ha fatto di questa potenzialità mnemonica della psiche, un metodo di conoscenza.
Da una parte, la filosofia platonica spinge all’estremo questa facoltà: invita a “ritornare” alla consapevolezza della propria origine animica, spirituale (nella mitologia platonica l’anima perde la memoria di sé incarnandosi, dopo essersi abbeverata nelle acque del fiume Lete che causano un oblio mortale, la perdita del “ricordo” della propria immortalità).
Dall’altra, se si vuol citare dei contenuti più vicini a noi, vi è il metodo della “ricapitolazione” descritto magistralmente a più riprese nei libri dell’antropologo Carlos Castaneda, che narra il suo percorso di iniziazione guidato dal nagual (sciamano) don Juan.
La Ricapitolazione è l’applicazione estensiva del “ricordo di sè” applicato a tutti gli eventi significativi della propria vita, per aumentare il potenziale energetico racchiuso nello sforzo della consapevolezza, ricercata alla sua massima espressione e potenza, e “scoperta” casualmente nel racconto di Proust. Ciò che in Proust è quasi istintivo, casuale, spontaneo, nella pratica esoterica è perseguito con una intensità che supera gli sforzi comunemente concepibili, sia in ambito terapeutico che artistico.
Le persone non sanno scavare nelle loro memorie, e quando lo fanno avviene in modo superficiale. Non è questione di avere tempo, ma di intensità del “carotaggio mnemonico” che può essere indotto, rievocato. Ricordare è una fatica sia emozionale sia cognitiva. Richiede energia.
Le esperienze negative vengono rimosse dalla coscienza, mentre quelle positive sono più facilmente memorabili. Da qui l’importanza di capitalizzare i nuclei della proprio patrimonio esperienziale che hanno assunto una valenza piacevole e propositiva nella storia della persona o di una comunità. La (durata della) memoria di un evento, è misura della sua indimenticabilità.
L’indimenticabilità si può ri-produrre in diversi modi:
a-creandola in termini di competenze, tempo, energia, impatto emotivo rilasciato al soggetto ricevente che esperisce; è una modalità molto “costosa” perché impegnativa;
b-inducendola per immaginazione; si tratta in questo caso di far immaginare ad un soggetto una situazione non reale, mai vissuta, ma sufficientemente o potentemente vivida da causare una identificazione nello scenario (sensoriale, emotivo o cognitivo) che è stato suggerito (es,: “immagina di essere in ferie… in quale parte del mondo vorresti trovarti?”, “quale profumo -o persona, patner, collega- ti intrigherebbe di più, quali caratteristiche dovrebbe avere perché sia seducente, irresistibile?, “che caratteristiche dovrebbe avere un romanzo perché tu non riesca a smettere di leggerlo?”)
Ma la progettazione di una esperienza memorabile non si limita a indurre un imprinting potente, una traccia mnestica “indelebile”. Occorre che quel ricordo, quel “quadro sintomatico” o “mindset psicofisico”, quell’imprinting pervasivo, possa essere ri-evocato con stimoli adatti.
La ri-evocazione (il vero fenomeno che è alla base dell’Effetto Proust) esprime un valore aggiuntivo all’esperienza vissuta in precedenza, perché il riviverla, il riprodurla, determina un aumento di consapevolezza, un fattore di “sommazione” e quindi di rinforzo del piacere.
Esempi di formule espressive che cercano di generare l’ incipit di un Effetto Proust:
– Pensa alla cosa più bella che hai avuto la fortuna di vedere
– Quale è stato il miglior viaggio, la migliore vacanza che ti è mai capitato di vivere?
– Qual’è il piatto, il cibo, l’alimento che preferisci in assoluto, davanti al quale ti è difficile resistere? (evocazione di sensazioni gustative)
– Qual’è stato il momento più felice della tua vita, il film che ti ha trasmesso una maggiore e piacevole intensità emotiva e che vorresti ritrovare? (evocazione di un vissuto emotivo su base visuale)
– Quale è stata la lezione (o la conferenza) più interessante alla quale hai potuto assistere? (evocazione di una esperienza cognitiva su base auditiva).
Si può indurre una “memorabilità” a ritroso, valorizzare ad esempio un evento passato ri-connotandolo in modo tale da farne percepire il valore intrinseco che al soggetto era sfuggito. Esempi:
– “Sei stato il primo visitatore della stagione a visitare quel sito”.
– “Sei stato l’ultimo che ha avuto la fortuna di assaggiare quel frutto autoctono”.
– “Sei stato l’unico ad apprezzare quell’artista, un tempo sconosciuto, ora giustamente famoso”.
Si tratta in questo caso di caricare di significato una situazione pregressa.
Una volta compiuta questa “riqualificazione esperienziale passata”, essa diventa rievocabile nel presente. Esempio: “Mi hanno detto che sei stato il primo ad apprezzare quell’artista, come ci sei riuscito a quel tempo, su quali indicatori ti sei basato? Qual’è stata la tua ispirazione nell’aver saputo riconoscere il suo talento?”
A volte accade per esempio che la stima di una persona conosciuta in precedenza, muti profondamente (nel bene o nel male) nel momento in cui si acquisiscono nuove informazioni.
Non si tratta di inventare strategie comunicative mirabolanti, ma di sfruttare quel che già giace inutilizzato -come potenziale emotivo- nelle esperienze pregresse del soggetto target, della memoria. L’imprinting si può determinare con una strategia di coinvolgimento che includa la sfera sensoriale (tatto, gusto, sensazioni fisiche), emotiva (visuale), e mentale (prevalentemente auditiva, sonora. intellettiva).
La ri-evocazione invece può utilizzare i trigger points esperienziali, gli eventi-chiave presenti nella storia reale (o immaginaria, autonoma o indotta) del soggetto per determinare la riproduzione di un piacere generato da un vissuto ricco di gratificazioni.
Ci si può chiedere, nell’epoca digitale, se un “Effetto Proust” possa essere indotto da strumenti, sistemi o architetture digitali in grado di creare imprinting e rievocazioni mirate.
In ogni caso, la progettazione di tali sistemi dovrà tenere conto della struttura e del comportamento della psiche, non solo delle esigenze di consumo o di standardizzazione ed evoluzione (o involuzione) tecnologica.
